The Substance e il turbamento necessario
Gli horror non mi piacciono. I body horror fantascientifici, poi, di sicuro non sono il genere di film che sceglierei per passare un bel sabato sera. Eppure sabato (pomeriggio, perché dopo le 21 ho difficoltà a restare sveglia) ho visto The Substance, il film della regista francese Coralie Fargeat con Demi Moore e Margaret Qualley, e l’ho adorato. Come quando vedo un vestito che non metterei mai, che non è il mio genere, su una persona a cui dona moltissimo.
Mi è piaciuto perché tutti i motivi per cui odio gli horror: la paura, il disgusto, la nausea, l’incredulità, l’ansia e il turbamento, che riescono a provocarmi un malessere anche fisico, erano sì esasperati e concentrati in due ore e venti minuti di pellicola senza un attimo di respiro, ma mi erano anche familiari ed erano perfettamente necessari. Insomma, per il tema che Fargeat voleva portare sullo schermo, ovvero l’ossessione per la giovinezza, il terrore del tempo che passa e il peso degli standard di bellezza che la società (non solo Hollywood, dove è ambientato il film) impone alle donne, il body horror, pur non essendo per nulla il mio genere, calza a pennello e i sentimenti che la regista ci fa provare non volevano esorcizzare un bel niente col mix di piacere e terrore che di solito attrae negli horror. Dobbiamo proprio portarceli a casa e restarne disgustate, perché – riflettendoci – in questa storia di fantascientifico ed esagerato c’è davvero poco.
Guardando il film non sono riuscita a non pensare alla pressione estetica che Demi Moore ha dovuto subire durante la sua carriera e ai punti in comune con la personaggia che interpreta. Elisabeth Sparkle (cognome che tradotto vuol dire “brillare” e che ci serve a ricordare che non è tutto oro ciò che luccica) è un’ex attrice di Hollywood finita a condurre un programma di aerobica per casalinghe. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno scopre che la rete televisiva vuole sostituirla con una donna più giovane. Per superare l’inadeguatezza e la perdita di senso e identità che la cosa le fa provare – in un mondo in cui il proprio valore coincide con l’aspetto fisico e la vita con la carriera – decide di ricorrere alla sostanza del titolo: un esperimento che promette a chi ne fa parte di generare una migliore versione di sé, più giovane e più bella.
Ecco perché non amo molto la frase “sii la versione migliore di te stessa”: ci leggo un’imposizione a sembrare più giovane, più bella, a correggersi e invece il punto è proprio che cresciamo, che ci evolviamo e che abbiamo il diritto di invecchiare e l’obiettivo semmai è stare bene nei propri panni, vedere la bellezza dei e nei cambiamenti e, quando una cosa non ci va bene, capire come lavorarci. E non c’è una sostanza, né un criterio, che vada bene per tutte.
La nuova versione di Elisabeth, Sue, venticinquenne dal corpo perfetto, è interpretata da Margaret Qualley, attrice e modella statunitense, protagonista della bella serie Netflix Maid, dove recita con la madre Andie MacDowell. Qualley ha anche meno della metà degli anni di Demi Moore e per il film le hanno dovuto mettere delle protesi al seno, perché nella realtà la perfezione non esiste e la bellezza non è data dalle misure del reggiseno, anche se ci fanno credere il contrario.
E infatti, alla visione del corpo nudo di Demi Moore in bagno, che la regista ci mostra in maniera oggettiva, fredda e per intero, a differenza delle altre scene in cui il corpo femminile (soprattutto quello di Sue) è mostrato, fuori da quel bagno, sessualizzato, innaturale e spezzettato, qualcuna in sala ha esclamato che l’attrice non aveva proprio un bel sedere. Questo mi ha fatto pensare a due cose: la prima, che l’abitudine di commentare il corpo delle donne è talmente radicata che non ci rendiamo conto di quanto sia inutile e inopportuna, neanche quando scegliamo di andare a vedere un film che chiaramente ci vuole far riflettere anche su questo. La seconda è che non abbiamo più il senso della realtà in relazione al corpo delle donne, proprio come Fargeat voleva farci vedere, e non ce lo abbiamo perché abbiamo interiorizzato lo sguardo maschile. Ma ci arriviamo tra un po’.
Demi Moore ha 62 anni. Il sedere di una donna a 62 anni può essere in tantissimi modi e non dovremmo avere un’idea su come dovrebbe essere. Eppure la abbiamo ed è anche basata su criteri fuori dalla realtà. Perché la maggior parte delle sessantaduenni non ha il corpo di Demi Moore, che per tutta la vita ha dovuto lavorare, investendo forze, tempo e denaro, per mantenerlo quanto più simile a quello che la natura le ha concesso.
Non riusciamo a guardare un corpo femminile ed essere realiste, a staccarlo dalle aspettative assurde, a contestualizzare e a vederne la bellezza. Proprio come fa Elisabeth mentre si prepara per uscire a cena con l’ex compagno di scuola. Noi la vediamo: bellissima, sexy, apparire molto più giovane dell’età che effettivamente ha, eppure lei non si vede così. Perché si osserva solo in relazione e paragonandosi all’ideale irraggiungibile rappresentato dalla gigantografia del corpo di Sue nel cartellone pubblicitario, che si staglia sul panorama su cui dà la spettacolare vetrata del suo appartamento. Una vista di cui Elisabeth non riesce più a godere per via di quella foto, che si mette in mezzo tra lei e tutta la vita che continua a scorrere fuori da quella finestra. Perché l’impossibilità di rispondere agli standard di bellezza imposti e irraggiungibili la paralizza, non le permette di vivere la vita che potrebbe avere, di socializzare, di uscire, di vedersi per com’è veramente.
Fargeat ce lo mostra chiaramente l’errore che facciamo. Quando Sue non rispetta l’equilibrio e la regola dei sette giorni per l’alternanza tra le due donne imposta dall’esperimento, il corpo di Elisabeth invecchia in maniera mostruosa. Quanto belle, ancora perfette e giovani sembrano le altre dita della mano in confronto a quella ormai irrimediabilmente deteriorata? Quanto era già bello il corpo di Elisabeth, le sue gambe, i suoi capelli e, sì, il suo sedere? Quanto è bello il graduale invecchiamento? Quanto è sfaccettata e imperfetta la bellezza?
Quanto invece abbiamo interiorizzato lo sguardo maschile e quanto è difficile liberarsene? Elisabeth non ci riesce, neanche quando vede cosa sta succedendo al suo corpo. Si arrabbia, vuole accettare le conseguenze, ma all’ultimo non ce la fa a rinunciare a quell’illusione di potere e controllo che le dà il piacere agli altri, il rispondere alle loro aspettative, perfino quando paradossalmente non è più lei che li sperimenta, ma Sue.
L’equilibrio che la sostanza richiede tra le due donne è difficile da mantenere ed estenuante. Può essere la metafora della difficoltà che si ha, per esempio, a fermarsi una volta che si comincia a fare uso della chirurgia estetica, anche quando i risultati non sono proprio quelli desiderati (è successo anche a Demi Moore stessa). Può essere la metafora di quello che succede con le dipendenze, tema che certamente corre per tutto il film nel rapporto con la sostanza e anche con il cibo. Ma è ancora di più metafora di tutto lo sforzo che viene richiesto a noi donne per essere belle ma senza ostentare, sexy ma non volgari, sempre giovani ma in modo che sembri naturale. Insomma, ve lo ricordate il monologo di America Ferrera in Barbie di Greta Gerwig? Eccone un assaggio in tema:
“È letteralmente impossibile essere una donna. [..]. Devi essere magra, ma non troppo. E non puoi mai dire che vuoi essere magra. Devi dire che vuoi essere sana, ma allo stesso tempo devi essere magra. […] Dovresti rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli troppo o da minacciare le altre donne, perché dovresti far parte della sorellanza. […] Non devi mai invecchiare, mai essere maleducata, mai metterti in mostra, mai essere egoista, mai cadere, mai fallire, mai mostrare paura, mai uscire dalle righe. È troppo difficile! È troppo contraddittorio […] E poi si scopre che non solo stai sbagliando tutto, ma che è anche colpa tua. Sono così stanca di vedere me stessa e ogni altra donna che si distrugge per piacere alla gente”.
Anche Sue è un’ingrata: non esisterebbe senza Elisabeth, eppure vuole ignorarla e cancellarla. Emblematica in tal senso è l’intervista in stile Tonight Show, in cui rinnega l’eredità artistica lasciatale dalla sua predecessora. Una scena che dà voce ai cliché del conflitto generazionale, delle donne peggiori nemiche delle donne, che richiama la storia di Eva contro Eva, ma che in realtà dice che senza comprensione di chi siamo, del nostro valore a prescindere dall’aspetto e dall’età, e senza sorellanza non ci può essere né bellezza né vittoria sul maschilismo, il sessismo e il patriarcato.
Il suddetto trio del male è incarnato dal produttore dello show, Harvey (nome che richiama alla mente un reale famoso produttore di Hollywood), interpretato da Dennis Quaid. Per mostrarci quanto sia grottesco, viscido e disgustoso, la telecamera indugia sul suo viso e sulle mani, con zoom e primi piani ravvicinati, accompagnati da fastidiosi effetti sonori. D’altronde, l’aspetto di Dennis Quaid non lo avremmo mai passato al setaccio e giudicato come invece facciamo con Demi Moore. Gli uomini non vengono giudicati nel merito in base al loro aspetto, non hanno una data di scadenza, anzi più invecchiano e più sono considerati autorevoli, esperti. Quindi non ci stupisce che la classe dirigente della rete televisiva sia tutta composta da uomini avanti con gli anni dai candidi capelli bianchi. Liberi di avere rughe, corpi e visi tutti diversi. Per loro invecchiare non è un incubo, non gli fa paura come invece accade a Elisabeth. Perché dagli uomini non si pretendono gioventù eterna e corpi perfetti.
Gli altri personaggi maschili del film non ci fanno ricredere e suscitano risate amare. Come il vicino di casa che cambia completamente atteggiamento, dimenticando ogni lamentela per il rumore, quando ad aprirgli la porta è la bella e avvenente Sue invece di Elisabeth, e che si sente autorizzato a fare allusioni sessuali. O l’apparentemente gentile e innocuo ex compagno di scuola di Elisabeth, che la considera ancora solo la più bella della scuola da conquistare.
E poi ci sono i luoghi del film. Il bagno asettico, con la sua luce e il bianco abbaglianti, che si distacca completamente dal resto della casa, perché, perfettamente funzionale alla storia, più che un bagno è prima sala operatoria e sala parto, dove il corpo può essere vivisezionato allo specchio e i colori dei suoi fluidi e della sostanza possono spiccare, e poi prigione dove resta in attesa di poter tornare a vivere. Solo nel bagno i corpi sono mostrati per come sono, per intero, attraverso l’obiettivo freddo della telecamera, in contrasto con lo sguardo distorto che Elisabeth ha su se stessa quando si guarda allo specchio. Negli altri luoghi, come gli studi e gli uffici della rete televisiva, il male gaze, lo sguardo maschile che porta a rappresentare le donne come oggetti sessuali, atti a soddisfare lo spettatore maschio, al cinema e non solo, è ovunque. Durante le riprese del programma, il corpo delle donne, di Sue, è fatto a pezzi, innaturale nei movimenti, come di plastica, reso oggetto e ipersessualizzato.
Sue dovrebbe suscitare curiosità e incredulità, perché non esiste un corpo senza segni, senza pori, senza nei, senza smagliature, senza cicatrici. Eppure noi ci aspettiamo che esista. E siccome al male gaze siamo assuefatte, la regista lo amplifica ed esplicita con inquadrature che spezzettano il corpo, che ci sbattono in faccia il sedere di Sue con costumi dai colori scintillanti, accompagnate da effetti sonori ammiccanti. Per darci fastidio e farci pensare che non se ne può più. Perché è quello che dovremmo provare normalmente quando vediamo il corpo delle donne oggettificato e sessualizzato in qualsiasi contesto.
Davanti alle riprese delle lezioni di aerobica è impossibile non chiedersi perché una casalinga dovrebbe guardare un programma così. È chiaro che quei corpi, quei movimenti e quelle inquadrature sono un incentivo e un piacere per gli uomini. Mentre alle donne servono a ricordare che sono imperfette, che devono dimagrire, che hanno la cellulite, che dovrebbero far qualcosa per cercare di essere più belle. Con un programma pensato da uomini per piacere agli uomini, alle donne si inculcano gli standard di bellezza che le rendono prigioniere del mito della bellezza.
L’estetica portata sullo schermo da Fargeat è quella degli anni ‘80. Impossibile non pensare a Jane Fonda. Potrebbe sembrare lontana e un po’ démodé rispetto ai giorni nostri, ma la regista richiama le immagini con cui siamo cresciute, volenti o nolenti, per dirci che cambia l’estetica, cambia il mezzo (perché adesso le beauty influencer ci fanno vedere come si allenano coi reel su Instagram), ma il nocciolo della questione rimane lo stesso. A cambiare è la nostra consapevolezza. E nel caso non fossimo ancora abbastanza consapevoli la cineasta francese ci sbatte in faccia il problema senza sottigliezze. Evidenzia tutto con lo zoom, con i colori sgargianti e gli effetti sonori. Per esempio, il tonfo del corpo di Elisabeth e di Sue che cade nel pavimento al cambio settimanale, che non può non farci sussultare, fa percepire quanto fa male, quanto stordisce inseguire standard di bellezza irraggiungibili.
Lo fa attraverso il mio odiato genere del body horror fantascientifico, infarcito di elementi grotteschi e riferimenti letterari, cinematografici e artistici. Dal dipinto de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde a quello di Scudo con testa di Medusa di Caravaggio, passando per i tantissimi riferimenti cinematografici. Dal Viale del tramonto di Billy Wilder a Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, per la storia. Da Shining di Stanley Kubrick a Psycho di Alfred Hitchcock, per le scene nel corridoio degli studi televisivi e nella doccia. Da Alien di Ridley Scott a The Elephant man di David Lynch. Ma anche ai classici Disney nella scelta dei colori del guardaroba per le protagoniste (colori forti e primari per Elisabeth, come il rosso e il giallo, e più luminosi e delicati per Sue, come il rosa e l’azzurro), con Biancaneve su tutti, per l’immagine della bella matrigna che si trasforma in vecchia strega. I consigli di amministrazione senza donne ci riportano a Barbie e poi c’è il mio riferimento preferito: quando Sue tira giù il muro a colpi di martello e si affaccia dalla crepa, richiamando la scena di apertura di Ghost. Omaggio agli anni d’oro della carriera di Demi Moore, che chiaramente non doveva finire con la giovinezza, visto che è perfetta nella sua interpretazione. E chissà quanti richiami a capolavori horror non ho colto perché, ovviamente, non li ho visti.
Il corpo e lo sguardo sono i protagonisti del film. Il primo non è mai neutro come dovrebbe essere, ma bello, mostruoso, martoriato, ricucito, spezzettato, modificato, moltiplicato e distrutto, proprio dal e a causa del secondo. E poi c’è il corpo e lo sguardo di chi guarda il film, che non può tornare a casa senza essere turbato e disgustato e riflettere sul proprio sguardo. Cosa ci sta turbando davvero? Cosa c’è dietro tutto quel sangue che Fargeat spruzza ovunque sul pubblico che assiste allo show di capodanno e, di riflesso, su quello reale? Elisabeth/Sue alla fine si presenta sul palco così com’è e la platea è disgustata, le urla contro. Quella platea è la società, una società che pretende vada in scena solo chi è perfetto. Ed è questo che dovrebbe davvero disgustarci.
Agata Pasqualino
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