Priscilla: quando i vestiti raccontano una storia
Nel film Priscilla di Sofia Coppola abiti, trucco e acconciature raccontano più delle parole e degli eventi: collocano perfettamente la storia negli anni ‘60, sono il simbolo del controllo di Elvis su Priscilla, ma anche il segnale della ribellione e della crescita della protagonista.

Le proibisce il marrone, perché gli ricorda l’esercito, le fantasie e i vestiti ampi, perché non adatti alla sua corporatura, e le ordina di tingersi i capelli neri (proprio come i suoi) e di truccarsi gli occhi di nero, per farne risaltare il colore chiaro.
“Il blu è il tuo colore”, dice Elvis a Priscilla, in una seduta di shopping in cui, attraverso i vestiti, il re del rock crea l’immagine della donna degna di stargli accanto: quella che non può andare a lavorare, mentre lui è sempre fuori a girare film o a cantare, perché deve essere sempre a disposizione quando la chiama al telefono. Quella che aspetta annoiandosi a Graceland, dove il silenzio e l’isolamento si rompono solo quando Elvis e la sua ciurma rientrano da tour e riprese.

Da subito viene da chiedersi quanto incida in Priscilla, la ragazzina che all’inizio del film va in giro con un collarino – come quello indossato al ballo da Cenerentola – con un ciondolo a forma di cuore, la favola del principe azzurro e dell’amore romantico. E per tutto il film ci si dovrebbe chiedere quanto non si è capaci di giudicare l’uomo, quando c’è di mezzo il talento e la fama. Perché questa storia racconta il b-side di Elvis: ingombrante anche quando non c’è, dipendente, manipolatore, ossessionato, megalomane. La lentezza del film riflette l’attesa, la noia nella vita di Priscilla che aspetta l’artista, che invece non si ferma un attimo e di cui lei (ma anche chi guarda il film) viene a sapere più dai giornali che da lui.

Coppola riesce a mantenere il sottile equilibrio che serve per non fare di Elvis il protagonista assoluto, come voleva essere ed è stato, fino alla nascita della figlia, nella vita di Priscilla. L’impedimento di non poter utilizzare le sue canzoni, perché i familiari non hanno concesso i diritti, si è rivelato giovamento: la colonna sonora è, infatti, bellissima e Dolly Parton, alla fine, liberatoria.
Tornando ai costumi, anche quanto poteva essere strana e sopra le righe la vita con Elvis ce lo dicono i vestiti in una scena di pochi secondi: sul letto tre abiti da sera di Priscilla, riccamente ricamati, e la sua mano che abbina ad ognuno le pistole che Elvis amava regalarle.

Priscilla diventa bravissima ad incarnare la donna sempre bella per il suo uomo, che dopo 8 anni le annuncia che la sposa. Una domanda avrebbe presupposto la possibilità di scegliere. Eyeliner anche a letto e perfino mentre aspetta l’autista per portarla a partorire (solo 9 mesi dopo le nozze) si trucca e mette con calma e maestria le ciglia finte.
All’uscita dall’ospedale è in ordine e radiosa. Prima di Diana e Kate, a creare il mito irrealistico della donna perfetta dopo il parto e a fare sentire le neomamme inadeguate, c’è stata Priscilla Presley.

Ma una prigione è pur sempre una prigione, anche se dorata, anche se lui ti rifà il guardaroba (che è il primo modo di metterti in gabbia), anche se ti porta in vacanza e alle feste con gli amici, i suoi. Così Priscilla prova a ribellarsi. E anche stavolta c’entrano i vestiti. La prima volta che urla contro Elvis è dopo che lui la deride per aver indossato un vestitino a fantasia ampio e corto, che a detta sua non le dona. In un attacco di gelosia per i continui tradimenti, di cui lei legge sui giornali, mentre è in attesa, come si fa dal parrucchiere, lo raggiunge a Los Angeles e indossa un abito a fiori, rompendo la regola della tinta unita. Perché scegliere come vestirci è un modo di esprimerci e comunicare e se un uomo ci impone come farlo (o non farlo) è un modo per controllarci, limitarci, sminuirci e silenziarci.
Priscilla trova la sua maniera di crescere lo stesso e di affermare la sua voglia di libertà. Anche se, più la fama di Elvis aumenta, più grande diventa la sua prigione. Come cresce l’atmosfera soffocante e claustrofobica di Graceland e il contrasto tra quello che sembra da fuori e ciò che era realmente per la protagonista del film. E persino chi guarda incassa e diventa insofferente insieme a lei.


Nelle scene finali gli outfit di Priscilla, scelti dalla costumista Stacey Battat – camicia e blazer e blusa e pantaloni – non la fanno più sembrare una bambolina e finalmente le sentiamo pronunciare la frase che vale tutto il film.
Agata Pasqualino
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